13 luglio 2010

Nelle mani dell'ultimo padrone

"Lombardi invita il Cosentino a spingere tale Letta (evidentemente il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta) a chiamare una terza persona (evidentemente il Carbone). E si riporta la conversazione. Lombardi: "Nicò stammi a sentire, tu domani stai a Roma? Benissimo allora io ho fatto il novanta per cento e il dieci per cento lo fai tu . Cioè tu domani mattina te ne va un po' da Letta, mi segui? Il quale è in ottimi rapporti con il mio amico". Cosentino che risponde sempre "Si", dice "Vabbè, Vabbè" . Ed ancora Lombardi: "Vai... già ha parlato Pasqualino, chiamalo annanzi a me e digli che ci tieni pure tu perché io ce l'aggio ditto a nome suo pure, ha capito... Gianni, allora domani mattina fammi sapere, davanti a te deve chiamare..". Ed il giorno dopo Lombardi chiama Flavio Carboni per sapere se Gianni Letta, gli ha telefonato. Carboni risponde di no ed il Lombardi gli dice che lo chiamerà. Ma Letta non chiama e sempre Lombardi il giorno appresso ancora sollecita Cosentino di far Chiamare Carbone da Letta. Lombardi: "Nicò chillo (Gianni Letta ndr) non ha chiamato ancora, io aggio parlato cu chillo. Cosentino risponde dicendo di non essere riuscito a parlare ancora con Gianni Letta e Lombardi lo rassicura:" s'adda fa Nicò, io domano stongo pure io a Roma se ci vulimmo da Letta ci vengo pure io, cchiu di chisto (più di questo ndr) non tu posso fa".

Intercettazione riportata da "La Repubblica"

Da mesi, anzi da anni, le intercettazioni ci rendono partecipi del tipo di gente alla quale siamo vincolati. Per avere un'idea del letamaio umano che condiziona la vita politica, economica e sociale del nostro paese basterebbe fare un'analisi linguistica (superficiale, mica analitica!) delle comunicazioni da loro intrattenute, soffermandosi non tanto sui contenuti (sarebbe troppo facile...) ma sulla forma. Persone investite da alte responsabilità ed imprenditori semi-analfabeti, gente che comunica attraverso le stesse forme di un pecoraio tirchio e avido (con tutto il rispetto per i pecorai, ovviamente), un'eloquenza paragonabile a quella di un piccione.
Intere facciate di giornale ricoperte da dialoghi di questo tipo:"No, senti. Asoltami bene. Dillo a Antonio che è importante che passa da me domani. Fatti chiamare per quella cosa lì che c'ho pensato a portargli la roba. Ricordati che lui non lo ha ancora imparato e che se verrebbe a dirti qualcosa c'ho già messo la buona parola io con quell'altro. Mi segui? Che Giovanni non capisce che se i soldi ce li mettono loro l'affare è più grosso di quanto si pensò con gli altri".
Dialoghi beceri tra persone becere, aldilà degli errori grammaticali che possono intercorrere.
Sono convinto che un'ipotetica intercettazione tra due venditori ambulanti del porto di Amsterdam del XVII secolo sarebbe in grado di donarci molte più sfumature, molto più significato, molta più fantasia.
Ma il male, purtroppo, non risiede nell'essere e nel parlar becero. Il male sta nella sconvolgente realtà di questo paese che affida o, meglio, che lascia in consegna a queste oscure persone le chiavi della nazione.
Chi sono costoro? Cosa vogliono da noi? Perchè sono lì?
In qualsiasi società sana, rappresentata e guidata da una classe dirigente minimamente colta e responsabile, personaggi del genere sarebbero subito smascherati in tutta la loro volgare brutalità e nullità e sarebbero conseguentemente relegati in ruoli a loro ben più confacenti (detenuti in carcere, per esempio).
Ma in Italia no. In Italia sono loro a fare il buono e il cattivo tempo.
Perchè in questo paese è molto meglio trafficare che studiare, è molto più comodo dare tutto per scontato che soffermarsi ad ascoltare chi ci comanda, anche solo per un attimo.

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