23 dicembre 2010

E buone feste!

20 dicembre 2010

SOBRIETA' vs. MODESTIA 0 - 0

A voi un altro emblematico esempio di come sobrietà non faccia rima soltanto con modestia, ma nemmeno con senso di responsabilità, onestà intellettuale e professionalità politica tout court.

FONTE

Bruno Cesario, dopo la fiducia
"Voto? Ok, sono una macchina da guerra"

Dopo il sì al governo votato con Calearo e Scilipoti: "Sono a disposizione della squadra" di ANTONELLO CAPORALE

DEL noto trio dei responsabili, il volto più compassato, ma decisamente sereno appartiene a Bruno Cesario.
"Io ho i voti, e dormo tranquillo".

In effetti Scilipoti saltella e Calearo ama troppo i paradossi. Lei mostra di avere i piedi per terra e sale in zucca.
"Il centrodestra ha bisogno di vincere, giusto? E io sono qua per farlo vincere".

Le stesse parole di Ibra quando è giunto al Milan dal Barcellona.
"Voglio dire che sono completamente, decisamente e orgogliosamente in questa squadra. E sono a disposizione".

Bossi vi manda al voto, e di corsa.
"E che sarà mai? Io ho fatto prendere a Rutelli per l'Api 84 mila voti in Campania".

Ma adesso quei voti sono di Rutelli.
"No, quei voti me li riprendo io. A lui lascio tutta la struttura politica che ho messo in piedi. Gliela lascio. Gratis. E' sua".

La struttura senza voti è come una capanna senza i due cuori.
"I voti sono miei, questo è chiaro".

Ma come fa a tenerli tutti stretti stretti a sé?
"Telefonino acceso h24. Ascolto tutti, non faccio lo sbruffone e risolvo piccoli e grandi problemi".

Dai piccoli arredi per la chiesa di San Giorgio a Cremano...
"Esattamente, noto che comprende. Alla manutenzione delle scuole, al salario per i lavoratori socialmente utili. Non parlo, faccio cose".

E' una macchina mangiavoti.
"Modestamente con me la Margherita, quando ne ero segretario, ha raggiunto vette ineguagliabili".

E' forte ma non si dà arie.
"Sono misurato, parlo poco, lascio fare chiasso agli altri".

Non è sedotto dalle telecamere, e non corteggia i giornalisti, non vende ciò che non ha.
"Uno come Pionati, per esempio, vende un po' di fumo".

Lei l'opposto.
"A chi è venuta l'idea di fare il movimento dei responsabili? A Scilipoti, a Calearo o a me?".

A Cesario, è chiaro!
"Chi ha detto per primo che avrebbe votato Berlusconi, senza se e senza ma?"

Bruno Cesario, l'uomo tranquillo.
"Non farò ombra a nessuno. E andrò dove più alto sarà il pericolo"

Il punto di crisi è il futuro Senato.
"Mi conti già tra i candidati senatori".

Capperi.
"Come ha sentito io faccio i fatti".

(20 dicembre 2010) © Riproduzione riservata

08 dicembre 2010

03 dicembre 2010

Censis, una società senza regole e desideri che non crede più nel carisma del capo.
Gli italiani non riescono più a individuare "un dispositivo di fondo che disciplini i comportamenti", le azioni sono regolate dalle pulsioni del momento. Ma non credono più neanche alle promesse di chi aveva garantito soluzioni per tutti: lo "sgonfiamento mediatico" è evidente. Emerge il desiderio di una maggiore onestà nella vita pubblica, ma la volontà è fiaccata, e non solo dalla crisi. Viviamo in una società "appiattita".
di ROSARIA AMATO

ROMA - Non è stata affondata dalla crisi, anche se l'economia stenta a ripartire, ma la società italiana non può certo dirsi sana. "Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili", rileva il Censis nel 44° Rapporto Annuale sulla situazione sociale del Paese, ma anche quelli venuti dopo, dal "primato del mercato" alla "verticalizzazione e personalizzazione del potere", si sono lasciati dietro solo una scia di delusione. Chi doveva decidere alla fine non ha deciso, e il 'carisma' del leader di turno si è rivelato solo un bluff, le promesse non sono state mantenute. Ma anche il mercato ha tradito, soprattutto i giovani, oltre alle forze sane del Paese, a chi aveva avuto il coraggio di scommettere su un'attività autonoma e su una specializzazione che appariva vincente. Cosa rimane? Solo "un'onda di pulsioni sregolate": "Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori". Non c'è legge che tenga, ma non c'è neanche un'aspirazione autentica al meglio: rimane "il desiderio esangue", che appiattisce la società. E' l'Italia 2010 per il Censis: un paese dominato da "un inconscio collettivo, senza più legge, né desiderio".

Nessuna regola, solo 'pulsioni'. I sempre maggiori episodi di violenza familiare, il "bullismo gratuito", il "gusto apatico di compiere delitti comuni", persino "la tendenza a facili godimenti sessuali" (il Censis non teme di apparire moralista): cos'altro sono se non il sintomo di una "diffusa e inquietante sregolazione pulsionale"? In definitiva, ognuno agisce in base all'istinto del momento, a frenare o perlomeno a regolare le azioni non ci sono più "l'eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo". L'Italia è a pieno titolo parte del mondo globalizzato, inteso come "un campo di calcio senza neppure il rilievo delle porte dove indirizzare la palla". "Siamo una società in cui gli individui vengono sempre più lasciati a se stessi, liberi di perseguire ciò che più aggrada loro senza più il quotidiano controllo di norme di tipo generale o dettate dalle diverse appartenenze a sistemi intermedi".

Oltre alla legge, declina anche il desiderio. Ma gli italiani, oltre a non riconoscere più alcun sistema di regole, non sanno neanche più desiderare. Un po' è il frutto dell'eccesso di consumismo degli anni passati. Due esempi per tutti: "Bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti" e "adulti coatti, più che desideranti, al sesto tipo di telefono cellulare". Possibilità ampliate anche dalla maggiore facilità di accesso al credito al consumo, cresciuto persino negli anni della crisi: +5,6 per cento nel 2008 e +4,7 per cento nel 2009, "mentre il valore delle operazioni con carte di pagamento ha raggiunto complessivamente i 252 miliardi di euro nel 2009". "Forse aveva ragione chi profetizzava che il capitalismo avrebbe trionfato con la strategia del rinforzo continuato dell'offerta - osservano i ricercatori Censis - strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri". Ma il desiderio inappagato è una spinta formidabile, che invece in Italia adesso manca, o meglio, c'è ancora, ma è "diventato esangue, senza forza".

Leaderismo e carisma non seducono più. Calma piatta anche sul fronte della politica. Gli italiani esprimono "stanchezza verso la personalizzazione della politica", e riversano le energie residue verso l'associazionismo e il volontariato. "Leaderismo e carisma - gran parte del lessico politico di questi anni - non seducono più: quasi il 71% degli italiani ritiene che nell'attuale situazione socio-economica la scelta di dare più poteri al governo e/o al capo del governo non sia adeguata per risolvere i problemi del Paese. Il distacco è più marcato tra i giovani (75%), le donne (76,9%), le persone con titolo di studio elevato (quasi il 74% dei diplomati e oltre il 73% dei laureati) e tra i residenti del Nord-Ovest (73,6%) e del Nord-Est (73,7%)", si legge nel Rapporto.

Sgonfiamento mediatico. Cosa è successo, perché non si crede più nel ruolo risolutivo del leader politico? Perché il tanto esibito decisionismo degli ultimi anni non ha prodotto nulla, o quasi. Il Censis esamina puntigliosamente le principali decisioni assunte (e ampiamente pubblicizzate) dal governo Berlusconi, e i magrissimi risultati prodotti. Qualche esempio: social card, avrebbe dovuto alleviare i disagi dovuti alla povertà in Italia, numero di beneficiari effettivi inferiore alle attese (circa 450.000), a fronte di 830.000 richieste e una platea di riferimento annunciata di circa 1 milione e 300 mila persone; il provvedimento non è stato rifinanziato nel ddl di stabilità 2011 (che ha operato un taglio considerevole della spesa sociale). Piano casa, avrebbe dovuto rilanciare l'edilizia, si parlava di investimenti per 70 miliardi di euro, ma a oltre un anno di distanza sono state presentate solo 2.700 istanze, l'impatto economico è risultato scarsamente significativo, tanto che ieri un editoriale del Sole24Ore titolava ironicamente "Un piano casa tanto carino, senza soffitto, senza cucina". Ronde per l'ordine pubblico: bassissimo numero di domande presentate alla prefettura. E così via. Il "governo del fare" si è rivelato l'esecutivo dello "sgonfiamento non solo mediatico, ma dovuto anche alla crescente sproporzione tra l'enfasi comunicativa della fase di lancio (che il più delle volte ha nella Tv il palcoscenico preferito) e l'attenzione per il reale impatto delle iniziative di riforma".

Pubblica Amministrazione: altro che miglioramento. Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta ha annunciato più volte i passi in avanti della Pubblica Amministrazione, dovuti alle riforme introdotte in questi anni, ma il 47% degli italiani, rileva il Censis, non la pensa così, e riscontra al contrario un peggioramento del modo in cui funziona la PA, mentre nei 27 Paesi dell'Unione Europea è in media il 33% a dichiarare di aver percepito un peggioramento.

Tv: arretra l'ascolto, troppa parzialità per il Pdl. Gli italiani sono delusi anche dalla televisione. Tra il settembre 2009 e il giugno 2010 si registra un calo di 3,3 milioni di spettatoli (passati da 18,3 a 14,9 milioni). A diminuire in misura maggiore l'ascolto del Tg5 e del Tg1, che hanno perso un milione circa di spettatori. E' probabile che i telespettatori imputino alle reti ammiraglie una eccessiva parzialità nei confronti del governo e del Pdl, ritiene il Censis: "In totale, in un mese i notiziari Rai hanno dedicato 7 ore e 51 minuti al Pdl e 5 ore e 10 minuti al Pd (cioè 2 ore e 40 minuti in meno). Per le reti Mediaset il divario supera le tre ore.

Voglia di onestà (ma non troppo). In questa situazione di stallo, di rifiuto di valori vecchi, nuovi e recentissimi, gli italiani sembrano voler riscoprire "il piacere dell'onestà", anche se poi, al momento debito, forse schiacciati da quest'appiattimento generale, non trovano la forza o la voglia di porre in essere comportamenti 'virtuosi'. Il 44% degli italiani, secondo l'indagine del Censis, individua nell'evasione fiscale il male principale del nostro sitema, e il 60% ritiene che negli ultimi tre anni l'evasione fiscale sia aumentata. Se però il 51,7% chiede di aumentare i controlli per contrastare l'evasione, il 34,1% ammette di non richiedere scontrini o fattura quando il commerciante o il professionista non la rilasciano, tanto più se questo consente di ottenere uno sconto.

23 novembre 2010

La Chiesa Cattolica Apostolica Romana S.p.A. ed i suoi illuminati, modernissimi vertici

22 nov 2010

Così parlò Zarathustra XVI

Fioccano le anticipazioni del nuovo libro del Papa, nel miglior stile di Bruno Vespa. E tutti i giornali ci cascano, nell’uno come nell’altro caso. Che dire? Beati i papi, della Chiesa o della Rai, che riescono ad attirare l’attenzione dei loro simili, pur non dicendo mai nulla di nuovo. Soprattutto il primo, le cui parole vengono addirittura presentate come «rivoluzionarie», quando non segnano neppure un passaggio dall’Alto al Basso Medioevo.

La prima supposta novità sarebbe la sua disponibilità alle dimissioni, quando ce ne fosse il bisogno. Disponibilità già manifestata sia da Paolo VI che da Giovanni Paolo II, che però si guardarono bene entrambi dal darle, quando ce ne fu effettivamente bisogno. Il secondo, in particolare, se ne stette col sedere attaccato alla cattedra di Pietro fino all’ultimo, continuando a ripetere che se ne sarebbe andato solo quando il Signore l’avesse chiamato. Salvo poi, quando il Signore lo chiamava per davvero, correre al Policlinico per ritardare la chiamata: beninteso, con un codazzo di telecamere al seguito.

Non parliamo della faccenda dei preservativi, sui quali Benedetto XVI sembra avere idee parecchio confuse. I media si sono eccitati perchè il Papa ha detto che «vi possono essere singoli casi in cui l’uso è giustificato». Ma bastava leggere la frase successiva per farsi una bella risata: secondo il Papa, un esempio di questi casi sarebbe infatti «quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere un primo passo verso una normalizzazione».

A chi si sarà domandato in che modo le prostitute dovrebbero usare il profilattico, la sala stampa ha precisato che si trattava di un errore di traduzione: il Papa aveva parlato di prostituti, al maschile. Bravo, cosí almeno si capisce dove essi possano metterselo. Ma rimane fitto il mistero su quale sarebbe la «normalizzazione», verso la quale tenderebbe il prostituto che indossa il profilattico. Forse, quella delle statue dei Musei Vaticani, con le pudenda impacchettate in foglie di fico? O quella del macho che preferisce non avere rapporti sessuali, invece che averli in maniera protetta?

Verrebbe da dire che sarebbe meglio per il Papa parlare di ciò che sa, se non fosse che questo rischierebbe di farlo tacere in eterno. Perchè il povero Benedetto XVI sembra ignaro persino dei fatti di casa propria. Ad esempio, sostiene che se avesse saputo che fra i lefevriani c’erano dei filonazisti, non avrebbe revocato loro la scomunica. Ma non era stato proprio lui, per ventisette anni, a guidare l’analogo dell’Fbi o del Kgb vaticano? E chi altro avrebbe dovuto accorgersene, se non il Grande Inquisitore tedesco?

Il vero mistero sembra essere l’eccesso di interessamento che i media hanno dimostrato per questo eccesso di sciocchezze. Nessun giornale si è invece interessato, o se qualcuno l’ha fatto io non me ne sono accorto, all’istruttiva risposta di Benedetto XVI alla lettera di Ahmadinejad, della quale abbiamo parlato qualche post fa. La risposta risale al 3 novembre, e conferma il sospetto che i due se la intendessero, nell’essenza.

Dice infatti il Papa romano, echeggiando il Presidente iraniano: «E’ mia profonda convinzione che il rispetto per la dimensione trascendente della persona umana sia una condizione indispensabile per la costruzione di un ordine sociale giusto e una pace stabile. Quando la promozione della dignità della persona umana è l’ispirazione primaria dell’attività politica e sociale che è rivolta alla ricerca del bene comune, si creano fondamenta solide e durature per costruire la pace e l’armonia fra i popoli».

Il che dimostra che il Papa non solo non capisce niente di preservativi e anticoncezionali, ma neppure di politica e di storia. In particolare, del ruolo fondamentale che le religioni sua e di Ahmadinejad hanno avuto nel fomentare la costruzione di ordini sociali ingiusti e guerre continue e durature, a partire dal Medio Oriente.

L’ovvia realtà è invece che la sparizione dei fondamentalismi di cui Benedetto XVI e Ahmadinejad sono i rappresentanti è una condizione necessaria per l’instaurazione della giustizia e il raggiungimento della stabilità. Non è certo sufficiente, ma fino a che ci sarà gente come loro e i loro seguaci, non andremo molto lontano sulla via che potrebbe condurre alla giustizia e alla pace.

Tim Buckley - Lorca



31 ottobre 2010

ANALISI PERFETTA

L'EDITORIALE

Il bunga bunga
che segna la fine di un regno

di EUGENIO SCALFARI

Le recenti cronache dell'Italia berlusconiana che raccontano l'ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato "bunga bunga" mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto.
L'indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent'anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l'indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l'intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent'anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.

Lo scandalo "bunga bunga" non è che l'ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.

Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l'appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.

Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell'ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell'opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.

Per dieci anni l'istituzione "governo" ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l'istituzione "Parlamento" è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il "Capo" e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia.

Questa situazione ha avuto il sostegno di quell'Italia che la diseducazione di massa aveva privato d'ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l'esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza "per rilassarsi", degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c'è giorno in cui quell'Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.

Lo scandalo "bunga bunga" è stato l'ennesima riprova di tutto questo. La magistratura sta indagando sugli aspetti tuttora oscuri di questa incredibile vicenda della quale tuttavia due punti risultano ormai chiari e ammessi dallo stesso Berlusconi: la sua telefonata al capo gabinetto del Questore di Milano nella quale chiedeva il pronto rilascio della minorenne marocchina sua amica nelle mani "sicure" di un'altra sua amica da lui fatta inserire da Formigoni nel Consiglio della Regione lombarda, e l'informazione da lui data alla Questura che la minorenne in questione era la nipote del presidente egiziano Mubarak.
Queste circostanze ormai acclarate superano ogni immaginazione e troverebbero adeguato posto nell'ultimo romanzo di Umberto Eco dove il protagonista ricalca per alcuni aspetti "mister B" per le sue capacità d'inventare il non inventabile facendolo diventare realtà.
La cosa sorprendente e stupefacente non è nella pervicacia con la quale Berlusconi resta aggrappato alla sua poltrona e neppure la solidarietà di tutto il gruppo dirigente del suo partito e della sua Corte, che fa quadrato attorno a lui ben sapendo che la sua uscita di scena sarebbe la rovina per tutti loro. La cosa sorprendente è che - sia pure con segnali di logoramento e di sfaldamento - ci sia ancora quella certa Italia il cui consenso nei suoi confronti resiste di fronte alla grottesca evidenza di quanto accade. Questo è l'aspetto sorprendente, anzi sconvolgente, che ci dà la misura del male che è stato iniettato e coltivato nelle vene della società e questo è il lascito, il solo lascito, di Silvio Berlusconi.
Sua moglie Veronica, in una lettera pubblicata un anno e mezzo fa, lo scolpì in poche righe, stigmatizzò l'uso che il marito faceva del potere e delle istituzioni, i criteri di reclutamento della "sua" classe politica imbottita di "veline" e di attricette che avevano "ceduto i loro corpi al drago" e concluse scrivendo: "Mio marito è ammalato e i suoi amici dovrebbero aiutarlo a curarsi seriamente".
Quello che sta accadendo lo dimostra e lo conferma: quest'uomo è gravemente ammalato, l'attrazione verso donne giovani e giovanissime è diventata una dipendenza che gli altera la mente e manda a pezzi i suoi freni inibitori.
Dovrebbe esser seguito da medici e da psico-terapeuti che lo aiutassero a riprendersi; ma sembra di capire che sia seguito da persone reclutate con tutt'altro criterio: quello di immortalare le apparenze della sua giovinezza in tutti i sensi. Ma così non fanno che aggravare il male.

* * *

È ormai evidente agli italiani normali e normalmente raziocinanti, il cui numero sta fortunatamente aumentando, che questa situazione non può continuare. In qualunque altro paese dell'Occidente democratico sarebbe terminata da un pezzo per decisione dello stesso interessato e del gruppo dirigente che lo attornia. Ma qui le cose vanno in un altro modo e sappiamo perché. Tra lui e i suoi accoliti, uomini e donne che siano, esistono vincoli che non si possono sciogliere perché ciascuno di loro (quelli che contano veramente) ha le sue carte sul Capo e lui ha le sue carte su tutti gli altri. Così per Previti, così per Dell'Utri, così per Scajola, così per Verdini, così per Brambilla ed altri ancora.
A questo punto tocca a tutti coloro che ritengono necessario ed urgente porre fine al "bunga bunga" politico, costituzionale e istituzionale, staccare la spina.
Presentare una mozione di sfiducia che vada da Bersani a Fini e da Casini a Di Pietro, che abbia la funzione che in Germania si chiamerebbe "sfiducia costruttiva". Esponga cioè il programma che quell'arco di forze vuole attuare subito dopo che la sfiducia sia stata approvata e che si può riassumere così:

1. Indicare al Presidente della Repubblica l'esistenza di una maggioranza alternativa che gli consenta di nominare un nuovo governo, come la Costituzione prevede.

2. Elencare alcuni temi programmatici a cominciare dal restauro costituzionale, indispensabile dopo la devastazione compiuta in questi anni e, a seguire, alcune urgenti misure economiche e sociali, un federalismo serio che rafforzi l'unità nazionale e la modernizzazione della società articolandola secondo un disegno federale, una riforma della giustizia che sia utile ai cittadini, una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti nei vari modi con i quali quest'obiettivo può essere realizzato.
Uno sbocco di questo genere sarebbe estremamente positivo per il paese e dovrebbe essere guidato da qui alla fine naturale della legislatura da un "Mister X" che abbia le caratteristiche e la competenza necessaria al recupero dei valori etici e politici che la Costituzione contiene nella sua prima parte, ammodernandola nella seconda in conformità alle esigenze che una società moderna richiede.
Noi riteniamo che questo percorso vada intrapreso al più presto anche per riconciliare con le istituzioni un paese stanco e disilluso dal tristissimo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta di utilizzare lo scandalo della minorenne marocchina strumentalizzandolo per fini politici. Si tratta invece di metter fine ad una rovinosa gestione governativa del "non fare" e del "malfare", che non è riuscito ad aprire un cantiere, a sostenere i consumi e il potere d'acquisto, a recuperare un centesimo di avanzo nel bilancio delle partite correnti, ad invertire il trend negativo dell'occupazione, a fare un solo passo avanti nella buona riforma della giustizia e del federalismo.
Infine a smantellare la "cricca" che da quindici anni non fa che rafforzarsi prendendo in giro i gonzi con il racconto d'una improbabile favola a lieto fine.
La storia italiana ha visto più volte analoghe "cricche" al vertice del paese. Quando ciò è accaduto, la favola è sempre terminata male o malissimo. L'esperienza dovrebbe aiutarci ad interrompere questo percorso in fondo al quale c'è inevitabilmente la rovina sociale e il degrado morale.

(31 ottobre 2010) © Riproduzione riservata


12 ottobre 2010

Lavoratoooriii...


"La notizia è arrivata e conferma la peggiore delle ipotesi. Rimarrà sotto traccia per ovvi motivi, anche se in Rete possiamo farla circolare. Se siete precari sappiate che non riceverete la pensione. I contributi che state versando servono soltanto a pagare chi la pensione ce l'ha garantita. Perché l'Inps debba nascondere questa verità è evidente: per evitare la rivolta. Ad affermarlo non sono degli analisti rivoluzionari e di sinistra ma lo stesso presidente dell'istituto di previdenza, Antonio Mastropasqua che, come scrive Agoravox, ha finalmente risposto a chi gli chiedeva perché l'INPS non fornisce ai precari la simulazione della loro pensione futura come fa con gli altri lavoratori: "Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale".

Intrage scrive che l'annuncio è stato dato nel corso di un convegno: la notizia principale sarebbe dovuta essere quella che l'Inps invierà, la prossima settimana, circa 4 milioni di lettere ai parasubordinati, dopo quelle spedite a luglio ai lavoratori dipendenti, per spiegare come consultare on line la posizione previdenziale personale. Per verificare, cioè, i contributi che risultano versati.

La seconda notizia è che non sarà possibile, per il lavoratore parasubordinato, simulare sullo stesso sito quella che dovrebbe essere la sua pensione, come invece possono già fare i lavoratori dipendenti. Il motivo di questa differenza pare sia stato spiegato da Mastrapasqua proprio con quella battuta. Per dire, in altre parole, che se i vari collaboratori, consulenti, lavoratori a progetto, co.co.co., iscritti alla gestione separata Inps, cioè i parasubordinati, venissero a conoscenza della verità, potrebbero arrabbiarsi sul serio. E la verità è che col sistema contributivo, i trattamenti maturati da collaboratori e consulenti spesso non arrivano alla pensione minima.

I precari, i lavoratori parasubordinati come si chiamano per l'INPS gli "imprenditori di loro stessi" creati dalle politiche neoliberiste, non avranno la pensione. Pagano contributi inutilmente o meglio: li pagano perché l'INPS possa pagare la pensione a chi la maturerà. Per i parasubordinati la pensione non arriverà alla minima, nemmeno se il parasubordinato riuscirà, nella sua carriera lavorativa, a non perdere neppure un anno di contribuzione.

L'unico sistema che l'INPS ha trovato per affrontare l'amara verità, è stato quello di nascondere ai lavoratori che nel loro futuro la pensione non ci sarà, sperando che se ne accorgano il più tardi possibile e che facciano meno casino possibile.

Quindi paghiamo i nostri contributi che non rivedremo sotto forma di pensione. Se reagiamo adesso, forse, abbiamo ancora la speranza di una pensione minima."


22 settembre 2010

Tappa-buchi

Arrestare il Papa in Gran Bretagna?

di Piergiorgio Odifreddi

Ieri Benedetto XVI è arrivato in Gran Bretagna, e ha potuto iniziare la sua visita senza essere arrestato all’aeroporto. La cosa non era così scontata, visto che la richiesta del suo arresto “per crimini contro l’umanità” era stata annunciata l’11 aprile scorso da Richard Dawkins e Christopher Hitchens, autori dei due best seller antireligiosi L’illusione di Dio (Mondadori, 2007) e Dio non è grande (Einaudi, 2007).

L’idea era di sfruttare lo stesso principio che aveva permesso di arrestare l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet a Londra, nell’ottobre 1998, sulla base del principio generale della giurisdizione universale, e di una sentenza particolare emessa dal giudice spagnolo Baltasar Garzòn. Nel caso del dittatore, l’accusa era di violazione dei diritti umani. In quello del papa, la copertura della pedofilia ecclesiastica.

Ovviamente, mettere le mani sui potenti della terra non è facile. Pinochet rimase agli arresti domiciliari per sedici mesi, ma fu liberato nel marzo 2000. Tornato in Cile, dopo lunghe battaglie legali tornò agli arresti domiciliari nel dicembre 2004 e vi rimase fino alla morte, due anni dopo. Come si può immaginare, una delle obiezioni che i suoi avvocati avevano opposto al suo arresto era l’immunità dovuta ai capi di stato e ai senatori a vita.

Per chi non lo sapesse, questo stesso argomento è stato il motivo per cui il ministero della Giustizia statunitense chiese e ottenne, il 26 settembre 2005, di archiviare la pratica aperta contro l’allora cardinale Joseph Ratzinger dalla Corte distrettuale della contea di Harris in Texas, agli inizi di quello stesso anno, per connivenza nei reati di pedofilia e ostruzione alle indagini. La giustificazione del ministero fu che, essendo nel frattempo il cardinale diventato papa, il procedimento era “incompatibile con gli interessi della politica estera degli Stati Uniti”.

Come si vede, la pretesa immunità giudiziaria che Berlusconi rivendica per sé, ha altisonanti precedenti. Ma mentre delle sue beghe giudiziarie si è parlato fino alla nausea, su quelle della Chiesa e del papa si è taciuto fin che si è potuto. In Italia, almeno, non si sono sentiti che mormorii e sussurri, fino alla famosa puntata di Anno zero del 31 maggio 2007 sulla pedofilia ecclesiastica, la cui messa in onda si cercò in tutti i modi di impedire, e a cui ebbi anch’io la ventura di partecipare.

In realtà, lo scandalo era vecchio di decenni. Già nel 1995 aveva dovuto dimettersi il cardinale Hans Hermann Groër di Vienna, per ripetute accuse di molestia sessuale. Lo scorso maggio il cardinal Cristhoph Schönborn, successore di Groër e allievo prediletto di Ratzinger, ha cercato di addossare le colpe della copertura di questo caso al cardinal Angelo Sodano, Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II, invece che a Ratzinger stesso, all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ma, in un bel volare di paramenti, è stato zittito da Sodano e dallo stesso Ratzinger.

Correttamente, perché è proprio quest’ultimo che, il 18 maggio 2001, indirizzò ai vescovi di tutto il mondo una lettera in cui confermava ufficialmente che la disposizione segreta Crimen sollicitationis, emessa nel 1962 dal suo predecessore in quella che allora si chiamava ancora Congregazione del Santo Uffizio, era tuttora in vigore. Questa disposizione ordinava di mantenere un segreto totale sugli abusi sessuali commessi dai preti, compresi i nomi delle vittime, pena la scomunica.

E’ grazie a questa lettera che Ratzinger fu indagato in Texas nel 2005, per la sua copertura dei crimini sessuali ecclesiastici. Ora che lo scandalo è scoppiato in tutto il mondo, e che ha già mandato in bancarotta varie diocesi statunitensi per i risarcimenti alle vittime, Benedetto XVI sta correndo tardivamente e timidamente ai ripari. Lui stesso ha confessato, appena arrivato in Gran Bretagna, che “sui preti pedofili non abbiamo vigilato”.

Queste parole saranno gradite agli inglesi, che adorano l’understatement. Ma la verità è che in Vaticano e nella Chiesa c’è stata una colossale operazione di copertura e di connivenza, in cui lo stesso Ratzinger ha giocato la sua bella (anzi, brutta) parte. Naturalmente, non c’è da sperare che verrà veramente arrestato. Ma sarebbe ora che i potenti della terra, e gli impotenti della nostra nazione, smettessero almeno di genufletterglisi di fronte, e di pendere dalle sue labbra quando pontifica di etica e di spiritualità.

17-09-2010

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13 luglio 2010

Nelle mani dell'ultimo padrone

"Lombardi invita il Cosentino a spingere tale Letta (evidentemente il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta) a chiamare una terza persona (evidentemente il Carbone). E si riporta la conversazione. Lombardi: "Nicò stammi a sentire, tu domani stai a Roma? Benissimo allora io ho fatto il novanta per cento e il dieci per cento lo fai tu . Cioè tu domani mattina te ne va un po' da Letta, mi segui? Il quale è in ottimi rapporti con il mio amico". Cosentino che risponde sempre "Si", dice "Vabbè, Vabbè" . Ed ancora Lombardi: "Vai... già ha parlato Pasqualino, chiamalo annanzi a me e digli che ci tieni pure tu perché io ce l'aggio ditto a nome suo pure, ha capito... Gianni, allora domani mattina fammi sapere, davanti a te deve chiamare..". Ed il giorno dopo Lombardi chiama Flavio Carboni per sapere se Gianni Letta, gli ha telefonato. Carboni risponde di no ed il Lombardi gli dice che lo chiamerà. Ma Letta non chiama e sempre Lombardi il giorno appresso ancora sollecita Cosentino di far Chiamare Carbone da Letta. Lombardi: "Nicò chillo (Gianni Letta ndr) non ha chiamato ancora, io aggio parlato cu chillo. Cosentino risponde dicendo di non essere riuscito a parlare ancora con Gianni Letta e Lombardi lo rassicura:" s'adda fa Nicò, io domano stongo pure io a Roma se ci vulimmo da Letta ci vengo pure io, cchiu di chisto (più di questo ndr) non tu posso fa".

Intercettazione riportata da "La Repubblica"

Da mesi, anzi da anni, le intercettazioni ci rendono partecipi del tipo di gente alla quale siamo vincolati. Per avere un'idea del letamaio umano che condiziona la vita politica, economica e sociale del nostro paese basterebbe fare un'analisi linguistica (superficiale, mica analitica!) delle comunicazioni da loro intrattenute, soffermandosi non tanto sui contenuti (sarebbe troppo facile...) ma sulla forma. Persone investite da alte responsabilità ed imprenditori semi-analfabeti, gente che comunica attraverso le stesse forme di un pecoraio tirchio e avido (con tutto il rispetto per i pecorai, ovviamente), un'eloquenza paragonabile a quella di un piccione.
Intere facciate di giornale ricoperte da dialoghi di questo tipo:"No, senti. Asoltami bene. Dillo a Antonio che è importante che passa da me domani. Fatti chiamare per quella cosa lì che c'ho pensato a portargli la roba. Ricordati che lui non lo ha ancora imparato e che se verrebbe a dirti qualcosa c'ho già messo la buona parola io con quell'altro. Mi segui? Che Giovanni non capisce che se i soldi ce li mettono loro l'affare è più grosso di quanto si pensò con gli altri".
Dialoghi beceri tra persone becere, aldilà degli errori grammaticali che possono intercorrere.
Sono convinto che un'ipotetica intercettazione tra due venditori ambulanti del porto di Amsterdam del XVII secolo sarebbe in grado di donarci molte più sfumature, molto più significato, molta più fantasia.
Ma il male, purtroppo, non risiede nell'essere e nel parlar becero. Il male sta nella sconvolgente realtà di questo paese che affida o, meglio, che lascia in consegna a queste oscure persone le chiavi della nazione.
Chi sono costoro? Cosa vogliono da noi? Perchè sono lì?
In qualsiasi società sana, rappresentata e guidata da una classe dirigente minimamente colta e responsabile, personaggi del genere sarebbero subito smascherati in tutta la loro volgare brutalità e nullità e sarebbero conseguentemente relegati in ruoli a loro ben più confacenti (detenuti in carcere, per esempio).
Ma in Italia no. In Italia sono loro a fare il buono e il cattivo tempo.
Perchè in questo paese è molto meglio trafficare che studiare, è molto più comodo dare tutto per scontato che soffermarsi ad ascoltare chi ci comanda, anche solo per un attimo.